XYLELLA FASTIDIOSA – EMERGENZE E SFIDE NEL SUD-ITALIA

Fig.1.) Piantagione d’Ulivi in Puglia.

Tra le regioni del Sud Italia, la Puglia vanta un’eredità ambientale e storico-sociale piuttosto ricca e significativa. Caratterizzata da oltre 60 milioni di ulivi (Luvisi et al., 2017), l’olivicoltura pugliese si fa risalire all’epoca pre-romana (Primavera et al., 2017) e la sua storia secolare ha portato nel tempo a maturare la necessità d’imporre specifiche normative. Il regolamento n. 136/66 / CEE del Consiglio del 22 settembre 1966, ad esempio, istituisce la concessione di sovvenzioni alle imprese produttrici di olive; indipendentemente dalla qualità del prodotto finale e dal tipo di agricoltura praticata (Frascarelli, 2017; Godini, 2017; Sotte, 2017). Un controllo così limitato dello stato qualitativo di interi uliveti potrebbe, di conseguenza, aver determinato l’instaurarsi nel tempo di tutta una serie di condizioni ecologiche, favorevoli alla proliferazione di agenti patogeni portati da vettori. Gli ulivi sono certamente la chiave di volta di una fitta rete di elementi ecologici e socio- culturali di rilievo, per il nostro territorio; ma, ora, soprattutto nelle zone più a sud della Puglia, l’imponente presenza dei tipici ulivi nodosi appare pesantemente penalizzata dalle preoccupanti manifestazioni di una minaccia invisibile (Colella et al., 2019).

A partire dal 2010, le aree agricole attorno a Gallipoli hanno mostrato i primi sintomi di un declino degli ulivi; che, inizialmente, erano stati descritti nell’ambito di una sindrome, definita come ‘Complesso del Disseccamento Rapido dell’Ulivo’ (abbrev. come CoDiRO) o, nella sua accezione inglese, come ‘Sindrome del Declino Rapido dell’Ulivo’ (con l’acronimo di OQDS). Tale malattia è caratterizzata dal manifestarsi di un severo processo di disseccamento, il quale ha inizio nella chioma dell’albero e si espande progressivamente al resto della pianta; conferendole un aspetto bruciato e culminando nella morte di essa, nel giro di un paio d’anni dal suo esordio. È caratteristico

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notare che le foglie assumano un aspetto bruciato e che rami e ramoscelli vadano incontro ad un grave percorso di disseccamento (Saponari et al., 2019; Loconsole et al., 2014). Indagando sul fattore eziologico, gruppi di scienziati hanno riscontrato che alla base dell’infezione vi è la Xylella fastidiosa (Saponari et al., 2017), un batterio la cui individuazione in tutta l’Unione Europea (UE) ha provocato in precedenza immediate misure di eradicazione e contenimento. Dopo il suo primo rilevamento in Puglia (Saponari et al., 2013; Swanson et al., 2018; Tsing, 2015), i programmi di studio ed approfondimento della X. fastidiosa, si sono concentrati con sforzi senza precedenti su individuazione e definizione dei vari fattori coinvolti: la biologia del batterio (Saponari et al., 2017); i vettori di trasmissione, costituiti dagli insetti (Cornara et al., 2017,a, 2017,b); le strategie di controllo (Dongiovanni et al., 2016); la diagnostica (Chiriacò’ et al., 2018; Zarco- Tejada et al., 2018) e la dinamica della malattia (Strona et al., 2017; White et al., 2017). La Xylella fastidiosa è stata riscontrata inizialmente in Europa e nel bacino Mediterraneo, quale serio elemento di minaccia verso l’agricoltura, l’economia e la biodiversità locali (Saponari et al., 2019).

Fig.2.) Alberi d’ulivo: A. giovani e B. centenary, che manifestano il disseccamento dei rami indotto da Xylella fastidiosa. C. Ulivi, ad un avanzato stadio della malattia, che ne sta contemplando la morte. Tratto da ‘Saponari et al., 2019’.

Tra gli Ulivi più severamente e infaustamente colpiti dalla sindrome OQDS vi sono quelli centenari; in Puglia, i casi maggiormente coinvolti nell’infezione sono da ricercare nel Salento: la Cellina di Nardò e la Ogliarola salentina, ad esempio, sono specie che ne sono particolarmente suscettibili. Questa situazione costituisce un dato assai allarmante, in quanto l’ulivo rappresenta il più importante tipo di raccolto per tutto il bacino mediterraneo (Saponari et al., 2019). Da interviste rivolte ai coltivatori locali, è emerso che i primissimi sintomi del disseccamento degli ulivi hanno avuto inizio tra il 2008 ed il 2010. Ad ogni buon conto, già all’inizio del 2013, di tali sintomi si è verificata un’espansione alquanto imponente; sollecitando così l’attenzione delle Autorità

Fitosanitarie locali e dei Ricercatori, i quali hanno perciò cominciato ad investigare sull’eziologia di tale manifestazione patologica. Inizialmente, fu azzardata l’ipotesi che la rapida diffusione di tale malattia fosse imputabile a fattori biotici ed abiotici di carattere generico (Martelli 2015, Martelli et al., 2016). Solo nel 2013, a seguito di un significativo incremento di casi, fu eseguita una serie di screening di laboratorio, che rivelarono la presenza di un patogeno da quarantena, la sopracitata X. fastidiosa (Saponari et al., 2013). Questo risultato fu avvalorato dall’aver riscontrato prima la profusione del patogeno in tutti i Paesi dell’Unione Europea.

I test sulla trasmissione del microorganismo, effettuati successivamente alla scoperta dell’epidemia da X. fastidiosa in Puglia, hanno condotto all’individuazione del cosiddetto insetto sputo, Philaenus spumarius, quale primo vettore europeo accertato della X. fastidiosa (Saponari et al., 2014) e in grado di aggredire la linfa grezza delle specie infettate. Ulteriori indagini condotte nelle nostre zone, volte ad identificare altre specie di insetti quali potenziale vettori di trasmissione della patologia, hanno portato a riscontrare che P. spumarius ne è la specie predominante e ad esso è assegnato il ruolo di massimo responsabile della diffusione del patogeno (Ben Moussa et al., 2016; CORNARA et al., 2017a, b). Tanto è vero che, a fronte della rapida progressione della malattia tra le varietà coltivate particolarmente suscettibili all’infezione, più del 70% della sottopopolazione adulta di P. spumarius è risultata positiva al test per la X. fastidiosa, effettuato nel periodo estivo (Cornara et al., 2017a, b). Nonostante che l’efficienza di trasmissione del batterio, da parte di P. spumarius, necessiti tuttora di essere determinata sperimentalmente, appare probabile che l’imponente presenza dell’insetto e la sua lunga permanenza sulla chioma degli ulivi, associata a ripetuti inoculi, sia causa di una drammatica e rapida progressione dell’infezione (Daugherty and Almeida, 2009) e di una diffusione secondaria di essa da ulivo ad ulivo (Montes-Borrego et al., 2017). Ulteriori conferme a ciò provengono da esperimenti scientifici, basati su metodi di cattura-marcatura-ricattura dell’insetto, nei prati e nei boschi di Ulivi, che hanno permesso di seguire per circa 15 giorni la sua capacità di dispersione, in un raggio di approssimativamente 120mt dal punto di rilascio, (Plazio et al., 2017).

Purtroppo, il persistere e lo stabilizzarsi dell’epidemia da X. fastidiosa in Puglia ha dimostrato un prevalente fallimento in quelle strategie di prevenzione, basate sulle disposizioni legislative europee della quarantena e sulle ispezioni al livello dei porti d’ingresso. In qualche modo, il Mediterraneo sembra un’area maggiormente esposta al rischio di invasione da parte di X. fastidiosa; probabilmente, a causa delle condizioni climatiche ad esso favorevoli (Bosso et al., 2016; Feil and Purcell, 2001). Non sarebbe sbagliato, tuttavia, dar maggior audience ai contadini, i quali, forti della loro esperienza, al di fuori di tutte le possibili pressioni economiche e sociali, ad oggi contribuiscono significativamente alla gestione del programma di contenimento e, soprattutto, a battersi per la ricerca di utili rimedi, volti a ricostruire il settore dell’agricoltura nelle aree colpite dall’infezione. Assai importante è, inoltre, tener presente la responsività della pianta all’attacco da parte del microorganismo patogeno. Difatti, in genere, quando un patogeno infetta una pianta, si possono configurare 3 possibili, diverse la risposte sistemiche:

1.) SUSCETTIBILITÀ. La pianta manifesta una sintomatologia severa;

2.) TOLLERANZA. La pianta manifesta tolleranza al patogeno;

3.) RESISTENZA. La pianta è in grado di limitare la manifestazione dei sintomi (Agrios, 2005).

Una delle forme più promettenti di ricerca si basa appunto sull’identificazione delle specie ‘resistenti’; proprio facendo leva su queste, si potrebbe contribuire in modo significativo al risollevamento delle sorti dell’industria pugliese dell’ulivo e dei meravigliosi paesaggi che ne caratterizzano le aree interessate. Certamente, l’epidemia che ha avuto luogo in Puglia ha prodotto una cascata di effetti economico-ambientali di impatto decisamente negativo, sia per noi, che per l’intera società. A maggior ragione, un’interazione sinergica e dinamica delle le varie figure, tra patologi, epidemiologi, entomologi, economisti e sociologi, in qualità portatori d’interesse, potrebbe costituire un elemento trainante di grande forza. Potrebbe, inoltre, portare a migliorare l’efficacia dei programmi di contenimento (Vicent and Blasco, 2017) e dei processi d’implementazione delle disposizioni legislative; così ricollocando meglio le giuste priorità affidate alla gestione delle emergenze, a tutela della salute delle nostre care e preziose piante: fiore all’occhiello di tutto il Mediterraneo.

A cura della Dr Giuliana LAISO, PhD.

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di Giuliana Laiso

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